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FONDAZIONE iMe ISTITUTO MEDITERRANEO DI EMATOLOGIA

'L'IME ha umanizzato il mio lavoro', intervista a Marco Andreani, biologo, direttore del laboratorio di immunogenetica, Fondazione IME



Ricercare la compatibilità paziente/donatore "L'immunogenetica è un ponte che collega l'immunologia e la genetica. Il nostro laboratorio ha come primo compito quello di identificare la compatibilità tra donatori e pazienti che presentano patologie ematologiche tra cui, in particolare, emoglobinopatie quali la talassemia o l'anemia falciforme. Riceviamo 2000/2500 campioni l'anno ed eseguiamo 15mila test.

È nel laboratorio che si definisce la compatibilità HLA(Human Leucocyte Antigen): il donatore viene ricercato in prima istanza all'interno della famiglia (25% probabilità), in seconda battuta, qualora non si riscontrino compatibilità familiari, ci si rivolge a banche dati nel mondo cui afferiscono individui che danno la disponibilità a donare cellule staminali. Riceviamo di continuo campioni da potenziali donatori non legati alle famiglie dei pazienti, che possono avere un profilo immunogenetico identico al paziente stesso. La nostra funzione di coordinamento tra donatori e pazienti si rivolge anche ad altri Istituti che praticano trapianti nella Regione Lazio, al di là dell'IME stessa.

Lo studio dell'immunogenetica in altre popolazioni Quanto fin qui descritto, però, può essere derubricato come attività di routine. In realtà, c'è un aspetto interessante del nostro lavoro all'IME che rende entusiasmante la nostra attività di ricerca. Noi riceviamo pazienti, in gran parte minori, provenienti da ogni parte dell'area del Mediterraneo, dall'Africa sub-Sahariana e altre zone del mondo cosiddette in via di sviluppo. Attivando la ricerca di donatori potenziali per i nostri pazienti in quelle regioni, abbiamo avuto modo di definire e studiare l'immunogenetica di popolazioni diverse dalla nostra e raggiunto risultati oggi molto utili nello studio di specifiche patologie. Fino ad oggi, sono pochissimi gli studi effettuati su determinate popolazioni del mondo o molto poco definiti.

Abbiamo pubblicato lavori scientifici riguardanti la genetica delle popolazioni in Libano, Nigeria e nelle Maldive. C'è poi tutto un campo ancora poco esplorato al quale ci stiamo dedicando, che riguarda i mutamenti della genetica delle popolazioni attraverso le migrazioni.

L'esperienza più che decennale a servizio del mondo In sintesi, quindi, nel giro di poco più di un decennio, l'IME continua nella sua mission originale che consiste nell'attivazione di ricerca di donatori e nello studio dell'immunogenetica delle popolazioni e nel fornire un sostegno ad altri centri di trapianti mettendo a disposizione esperienza e laboratori. Negli anni, inoltre, abbiamo condotto missioni estere in Kurdistan, Siria, Libano, Nigeria, Kuwait e vari altri Paesi o accolto colleghi da queste stesse aree, che ci hanno permesso di emergere quale punto di riferimento mondiale nel campo dell'immunogenetica e proporci come esportatori di un 'metodo Italia' che funziona.

La nuova mission Oggi, all'Ime viene chiesto di rinnovarsi e affrontare una nuova sfida, quella di aggiungere ai compiti ormai tradizionali, quelli che ci porteranno sempre più a svolgere ruoli tipici di un'agenzia di cooperazione socio-sanitaria e intervenire in aree di crisi di cui, purtroppo, il mondo è pieno. Fin da quando Aldo Morrone è diventato il nostro presidente, abbiamo condiviso questo nuovo indirizzo della Fondazione con entusiasmo, faccio sempre un paragone per spiegare il nuovo corso che punta ad occuparsi di altre patologie oltre a quelle per cui siamo nati: è come se fino a ieri fossimo stati un'ottima società sportiva di basket e da ora ci venisse chiesto di far posto a squadre di calcio, pallavolo, tennis e divenire una polisportiva. Sarà un immenso valore aggiunto.

Il miracolo di rendere umano un laboratorista L'IME ha rappresentato per me la possibilità di alzare la testa dai miei test, uscire dal laboratorio e incontrare direttamente le persone, conoscere nuovi contesti, sperimentare il lato prettamente umano di una professione altrimenti troppo scientifica e fredda. Ricordo quando con i miei colleghi andammo a Duhok nel Kurdistan iracheno, in un centro di raccolta per pazienti talassemici. Accanto a questo centro, sorgeva un piccolo locale, una sorta di bar. Assieme a una collega, uscimmo per bere una cosa e notammo un uomo che aveva in braccio una bimbetta vestita di rosso che attendeva di essere assistita. Il papà indossava il tipico vestito curdo e quando vide che stavamo uscendo, ci corse incontro abbracciandoci e obbligandoci ad accettare che ci offrisse da bere. Non avevamo ancora fatto nulla per la piccola talassemica, ma lui era già estremamente felice perché gli stavamo dando una nuova speranza. La bambina è poi venuta a Roma per essere trapiantata e ora sta bene.


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