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FONDAZIONE iMe ISTITUTO MEDITERRANEO DI EMATOLOGIA

1-7 luglio missione clinico scientifica del prof Morrone nel campo profughi di Shatila (Libano)



In questi giorni sto tornando a visitare per l'ennesima volta Shatila, il campo profughi palestinese, alla periferia sud-ovest di Beirut, ormai completamente pieno di donne, bambini e uomini fuggiti dalla Siria in guerra o da altri Paesi sempre in guerra. Si tratta di decine di migliaia di sfollati, spesso fuggiti più volte nel corso di questi terribili anni.

L’Associazione Armadilla, presente da anni in Siria e in Libano con uno straordinario lavoro di solidarietà verso le popolazioni locali, dal 2013, ci ha coinvolto in progetti di sostegno sanitario alla popolazione rifugiata proveniente dalla Siria. Il progetto clinico-scientifico, di attività sanitaria e di formazione del personale socio-sanitario, è finanziato dalla Tavola Valdese dell’8 per mille e ha già realizzato numerose iniziative. In diverse occasioni ha collaborato anche la Fondazione Makhzoumi, una charity libanese che ha offerto la clinica mobile per visitare le persone nei campi. Si tratta, quindi, della continuazione di una missione umanitaria iniziata già da tempo e che spero possa proseguire grazie all’impegno di Armadilla e della Chiesa Valdese

Intanto voglio ricordare che Shatila si porta nel cuore e nella memoria, la strage del 1982 quando tra le 6 del mattino del 16 settembre e le 8 del mattino del 18 settembre centinaia di palestinesi furono massacrati dalle milizie falangiste che agirono con diverse complicità.

Sono diversi giorni che mi reco, insieme a Monica, straordinaria volontaria di Armadilla, su invito dell'Associazione Najdeh direttamente negli spazi dove vivono i rifugiati, frammenti di luoghi, che sarebbe esagerato chiamare case. Spesso si tratta di pochi metri quadrati dove hanno ricavato una camera, un bagno e uno spazio dove mettere una cucina a gas.

All'ingresso del campo mi accoglie una serie di striscioni colorati filo-palestinesi, bandierine e manifesti che si intrecciano con una rete di fili elettrici, penzolanti vagamente sopra le teste di uomini, donne e bambini. Siamo in pieno Ramadan. Le stradine sono minuscole e sembrano dissolversi in lontananza. È sorprendente vedere come un'auto e diverse moto possano attraversarle senza rimanere schiacciate dai muri. Diverse montagne di rifiuti si nascondono nei piccoli angoli del campo, e spazzatura di ogni tipo si ritrova sparsa per le vie fangose del campo. I bambini a piedi nudi sembrano pattinare sull'acqua che allaga ogni centimetro quadrato di Shatila.

Il groviglio di cavi ad alta tensione avvolti intorno ad improbabili tubi di scarico fognario, ti impediscono di camminare, perché i fili elettrici, si intersecano tra loro in un labirinto incredibile, finendoti sulla testa e devi continuamente spostarli con le mani per poter andare avanti in questa sorta di novella "selva oscura" per citare Dante e hai paura anche tu di perderti nell'inferno. La prima famiglia che dovevo visitare abitava al sesto piano di un'improbabile palazzina accartocciata su se stessa. Salire gradini uno dopo l'altro, senza sapere se potrai farli al contrario. Ovviamente non esistono ascensori! L'intero campo sembra una bomba ad orologeria pronta a scoppiare e a incendiare tutto.È un miracolo che non sia ancora accaduto.

Il campo è irreversibilmente sovraffollato, il che significa che i residenti sono costretti a costruire nuove abitazioni in cima agli edifici esistenti. Di volta in volta, intere palazzine collassano sotto questo peso. Molte donne palestinesi e siriane nel campo sono i capi delle loro famiglie, o perché i loro mariti sono stati uccisi in Siria o perché hanno scelto di rimanere lì per proteggere le loro case e le loro piccole proprietà. Al fine di guadagnare qualche soldo e di essere in grado di sfamare le proprie famiglie, molti rifugiati vendono per le stradine, o in piccolissimi tuguri, oggetti di uso comune o acqua potabile in bottiglie di plastica riciclate. Molti dei bambini palestinesi che ora vivono in Shatila sono la terza e quarta generazione di profughi palestinesi che risiedono nel campo. Le loro famiglie sono venute in Libano dopo la partenza forzata dalla Palestina durante la Nakba (la catastrofe) del 1948. I loro genitori sono cresciuti durante la guerra civile libanese di 15 anni e hanno assistito al massacro di Sabra e Shatila del 1982. Non ci sono campi da gioco o campi di calcio o comunque campi, neppure spazi per fiori e erba o aiuole. Solo nei disegni e nella fantasie dei bambini si possono vedere prati in fiore illuminati dal sole, che invece in nessun modo può entrare a Shatila, neanche quando è allo zenit. I bambini, e sono davvero tanti, passano la maggior parte del loro tempo nei vicoli stretti, pieni di immondizie, che si snodano come un labirinto da cui è impossibile uscire perché nessuno ha lasciato un filo da seguire verso l'uscita. La situazione nel campo peggiora di giorno in giorno, ma oggi ho incontrato diverse famiglie che mi hanno accolto con rispetto, speranza e affetto. Si trattava per me di visitarle nei loro spazi vitali, nelle loro piccole case. Ho incontrato donne, sole con bambini, felici della mia presenza, che mi chiedevano di visitare i loro bambini, affidandomeli con orgoglio e tenerezza. Era la prima volta nella loro vita che un medico si recava nelle loro case! Ho incontrato uomini davvero malati ma che non avevano i soldi per pagarsi le cure, bambini affetti da tutte le patologie possibili, perché vivono in un "nonluogo" per dirla con Marc Augé non perché non identitario, ma perché realmente inimmaginabile che possa esistere. Ho raccolto le lacrime di una donna sola che aveva perso tutti i suoi familiari e benché siamo nel Ramadan, voleva offrirci della preziosa acqua da bere. Davvero commovente. Ho incontrato altre famiglie con storie devastanti di malattie e di sofferenze di ogni genere. Polmoniti, febbri mediterranee, ipertensione arteriosa, diabete, morbillo, Mers, epatiti, vasculopatie, scabbia, pidocchi. Erano presenti tutte le malattie che un medico pensa di conoscere, molte già diagnosticate, ma senza che fossero date le terapie che in molti, anzi in troppi, non si potrebbero mai sognare di acquistare. Eppure ogni volta i volti delle donne e dei bambini si illuminavano di un sorriso pieno di speranza e di tenerezza, come per dirmi:" Ma adesso ci sei tu". E allora ogni tanto tossivo per nascondere il groppo in gola che non mi consentiva più di parlare e mi soffiavo il naso per nascondere le lacrime che mi rigavano il volto.

 

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